Per la Toscana: Luisa Simonutti (cultura, antirazzimo, ecologia, carceri e trasparenza nella politica e nei partiti) e Riccardo Sansone (pace, cooperazione internazionale e trasparenza nella politica e nei partiti) alla Camera, Paolo Solimeno (democratizzazione dei partiti, giustizia, carceri e attuazione della Costituzione) e Mercedes Frias (antirazzismo, antidiscriminazione, multiculturalità) al Senato
Vincenzo Vita (uno dei parlamentari più infaticabili, secondo OpenParlamento e secondo la mia esperienza diretta, nonchè grande sostenitore di MoveOn italiano)
Luisa Simonutti e Riccardo Sansone saranno i candidati alle primarie di SEL per la Camera dei deputati che si terranno il 29 dicembre 2012. Per entrambi si tratta della prima esperienza politica (anche se Riccardo è consigliere di quartiere a Firenze). Sono persone oneste e appassionate. Totalmente fuori dai giri di inciuci e alleanze mirate a preservare i piccoli centri di potere. La loro competenza, la capacità di ascolto, l’umiltà, lo spirito collaborativo, la trasparenza e l’alto senso civico e morale sono le qualità che mi hanno conquistato sin da subito e che credo siano necessarie per poterci rappresentare in Parlamento. Al centro della loro proposta c’è la cultura e la pace, come motori di una rinascita del nostro Paese. Per questo vi chiedo di sostenerli, andando a votarli alle parlamentarie di SEL e parlandone coi vostri amici residenti in Toscana che vogliano esprimere finalmente un cambiamento vero in politica. Perché la politica torni ad essere un servizio è necessario cambiare politici: io credo che non siano sufficienti facce nuove: sono necessarie “teste” nuove, capaci di sentire i bisogni della società e di tradurli in azioni legislative e in attività di sollecitazione culturale e morale. Luisa e Riccardo, per questo, sono le persone giuste. Riccardo e Luisa sono persone con la testa alta! Questi i loro blog: Rosse Corsare (Luisa), Qualcuno come Sansone(Riccardo)
Conosco molti che votano Renzi perché li rappresenta, perché credono che i sindacati debbano chiudere, che i dipendenti pubblici siano nullafacenti, che i servizi pubblici debbano essere privatizzati, che i diritti civili sono motivo di discussione (ma non di concreta estensione), che il patrimonio culturale pubblico debba essere svenduto e che tutto sommato gli operai di Pomigliano vogliono la vita troppo comoda… Be’ io e loro abbiamo idee politiche diverse. Le rispetto, ma non le condivido per niente. Queste persone sono spiccatamente di destra. Tra di loro infatti ci sono persino consiglieri comunali del PDL, che stranamente hanno votato e voteranno alle primarie del PD, e ci sono gli elettori del PDL, a cui Renzi si rivolge per trasformare definitivamente il PD in un partito di destra.
Poi ci sono persone di sinistra che in buona fede lo votano perché “rottama”, perché dice che vuole risolvere il conflitto di interessi, o perché vuole abolire il finanziamento pubblico ai partiti o perché sognano un’Italia dove prevalga il merito. Eppure su ciascuno di questi punti Renzi a Firenze si è rivelato un millantatore. Io so che non ha mai rottamato niente, anzi ha costruito una rete di potere dando centinaia di incarichi secondo il manuale Cencelli; inoltre vive immerso nel conflitto di interessi da quando – da presidente della Provincia – ha favorito società di cui risultano soci le sue sorelle e sua madre, e tramite le partecipate – su cui ha imposto i suoi uomini – finanzia attività che il Consiglio Comunale non si sogna di sostenere (o semplicemente non può per legge). Infine il finanziamento delle sue costosissime campagne è trasparente solo in minima parte. Va bene abolire il finanziamento pubblico ai partiti, ma va sostituito con pratiche trasparenti. Possiamo ricordarglielo?
E poi ci sono persone che si riconoscono nella politica di Renzi, esattamente come la prima categoria, ma non hanno il coraggio di ammetterlo né a se stessi né agli altri, per non riconoscere che pur provenendo culturalmente dalla sinistra sono cambiati, sono diventati “un po’” di destra. Allora si rifugiano nella critica al PD e fanno finta di non conoscere la storia di Renzi, il caimano di Rignano, e delegittimano anche critiche fondate e argomentate che gli si rivolgono, bollandole come opinioni. E questa è la prova che sono antropologicamente cambiati. Berlusconi ha già vinto, diceva Nanni Moretti. Anche in queste primarie del PD.
Sono stanco dei dibattiti sulle primarie basate su tutto tranne che su un’idea di Italia, un’idea di cittadino. Per questo sono promotore, insieme a tanti altri, di un programma, un progetto, una speranza da condividere con tanti, perché possa diventare motore politico di questi partiti svuotati di senso. La politica è una cosa bella, nobilissima e richiama tutti a un principio di responsabilità. Ricominciamo per bene, ciascuno da sè, ma non per sè. E’ ancora possibile cambiare, dipende da noi.
«Su la testa: l’Italia ricomicia da te». Abbiamo voluto chiamarlo così, questo gruppo, per volontà di riscatto e di coinvolgimento.
Riscatto: da una rappresentanza politica di sinistra che si è persa nei giochini infiniti delle alleanze e delle ambizioni personali (quando è andata bene); nella conservazione dei propri privilegi e nella corruzione (quando è andata male). Comunque, perdendosi per strada le idee e i progetti per un’Italia migliore.
Coinvolgimento: perché forse non saremo il 99 per cento, come dicono gli attivisti di Occupy, ma almeno il 51 sì, come si è visto agli ultimi referendum e alle elezioni di Milano, Napoli, Genova e Cagliari, ad esempio (ma non solo): che non sono state vittorie del ‘massimalismo’, ma al contrario la prova che cambiare si può, semplicemente con idee buone e proposte concrete per realizzarle.
Ma riscatto e coinvolgimento significano anche, per noi, non rassegnarsi e non arrendersi: né alla tentazione di astenersi «tanto non cambia niente», né alla presunta ineluttabilità dell’ingiustizia sociale e civile, né all’impossibilità di proporre e realizzare idee forti.
Anzi, mai come adesso – nel secolo della globalizzazione e dei grandi poteri economici mondiali – la buona politica ha bisogno di idee forti: e quelle tiepide sono solo un alibi di chi non vuole cambiare niente, perché in fondo gli va bene così.
Noi non crediamo che la qualità della vita sia misurabile solo con i valori del denaro e del benessere. Crediamo che la felicità che ognuno di noi cerca di raggiungere come singolo dipenda anche dalla felicità di chi ci sta vicino. E per la stessa ragione vogliamo immaginare una società diversa, dove i valori fondanti della solidarietà, della cooperazione, del welfare siano veramente condivisi e non solo parole per addetti ai lavori.
Alcuni indispensabili chiarimenti, a questo punto.
«Su la testa: l’Italia ricomicia da te» non è il centosettantottesimo partitino della sinistra: è un gruppo di pensiero, di azione e di pressione trasversale nel quale fin dalla nascita convergono persone di provenienza, età, professione e cultura diverse, il cui obiettivo comune è stato mettersi insieme per non rassegnarsi – appunto – né all’astensione né all’eterno ricatto del ‘meno peggio’.
Nessuna delle oltre cento persone che hanno dato vita a «Su la testa: l’Italia ricomicia da te» ricopre o ha mai ricoperto ruoli politici di rilievo: la grandissima maggioranza, anzi, non è mai stata iscritta a nessun partito e ha votato «un po’ dappertutto» a sinistra. Molti invece hanno già “fatto politica” indirettamente: nelle associazioni, nei quartieri, nei movimenti, attraverso la Rete o in altri modi.
Qual è lo scopo di tutto questo?
Intanto esserci, coinvolgervi, chiamarvi. Sulla base di un manifesto che espone le ragioni del nostro “entrare in politica” e di una bozza di Carta con cui spieghiamo come, ad esempio, molte cose potrebbero (dovrebbero) ragionevolmente essere cambiate.
Il manifesto è la nostra identità, la ragione del nostro esporci; la Carta invece è ancora una base di lavoro: sicuramente integrabile e migliorabile, con l’aiuto di chi vorrà esserci.
Per questo chiediamo a chi è interessato a questo progetto di sottoscriverlo. Chi lo desidera, poi, troverà nel sito uno strumento per collegarsi con altre persone che hanno aderito e per promuovere insieme attività concrete on line e sul territorio. Vogliamo fare pressione con la nostra intelligenza, con le nostre idee e con il nostro tempo: finita l’epoca in cui le pressioni erano esercitate con il denaro, con le lobby e con i favori.
Infine: no, non proporremo il settimo o l’ottavo candidato alle primarie. Semmai staremo con il fiato sul collo a tutti i candidati, perché l’obiettivo della sinistra non dovrebbe essere «alzati tu che mi siedo io», ma cambiare in meglio l’Italia. Saremo appunto gruppo di pressione, di spinta e di controllo. Di elaborazione ma anche di azione.
Poi si vedrà. D’altro canto, tutti insieme siamo almeno il 51 per cento.
Ispirata da una poesia di Yiannis Ritsos, Grazia Di Michele racconta un mattino di pioggia, in cui l’amante – rimasto a letto – non si arrende alla quotidianità che prende il sopravvento attraverso i rumori di pentole e pentolini, spazzole e spazzolini, fruscii di giornale, pettini e pettini. Assolutamente bella!
“Buonasera, mi chiamo Nicola e vengo da Firenze, la città dove è nato questo partito, ma che è anche la città che ha visto crescere – incontrollato – il fenomeno Renzi e in cui è stato fondato un altro soggetto politico, speculare a questo: parlo di ALBA. È una città in cui, evidentemente, SEL non ha saputo rispondere a tante persone appassionate da un’idea nuova di politica. Un po’ come lo sono io. Devo precisarlo a quest’Assemblea, che è aperta a iscritti e simpatizzanti di SEL: io quest’anno per la prima volta non mi sono iscritto a SEL, e a dirla tutta non sono neanche un gran simpatizzante. Direi piuttosto che sono un nostalgico di SEL. Ho nostalgia per quello che avrebbe dovuto essere e che purtroppo non è.
Purtroppo per me SEL non è il luogo aperto e democratico che invece, con enorme soddisfazione, vedo oggi qui così ben rappresentato. Eppure l’Assemblea di oggi è una “non resa”: è segno che la soluzione per “non affogare” probabilmente è alla portata. Basterebbe cominciare a riprendere e rivivere le idee enunciate nel manifesto fondativo e mai applicate o mal interpretate. Ci sono vari punti che vorrei toccare, ma per brevità ne indicherò solamente due che riguardano il funzionamento e quindi la credibilità del partito. Mi limiterò ad enunciarli. Poi, magari, per la discussione possiamo pensare ad altri luoghi. Parlavo prima con Giuliana Sgrena della possibilità di un organo di informazione e confronto che sia davvero aperto e inclusivo: un blog, un portale, un forum. Tra noi ci sono professionalità da spendere: giornalisti, editor, esperti di comunicazione. Pensiamoci.
Gli argomenti di cui vorrei parlare, dicevo, riguardano le forme della politica:
1) Il primo è la rappresentanza: è evidente – per lo meno nel territorio da cui io provengo – un deficit di democrazia all’interno del partito, che si traduce in uno scollamento netto tra società civile e partito. Non so come siano stati eletti da voi i vari rappresentanti negli organismi dirigenti, ma da noi sono stati scelti con meccanismi non pienamente democratici.
Tempo fa Michele Ainis suggeriva una riforma del Parlamento in questo senso: un Senato, eletto dai cittadini, e una Camera, costituita da cittadini eletti per sorteggio, con funzione di controllo e garanzia dell’altra camera. Un sorteggio tra cittadini che si siano dichiarati disponibili al ruolo (e immagino con qualche requisito fondamentale, come la scolarizzazione e la comprovata onestà). Mi sembra una soluzione praticabile. E poi rifletto: “se alcuni intellettuali riescono a immaginare questa novità per il Parlamento, perché noi non riusciamo a sperimentarla almeno nel partito?”. Tanto per cominciare, una percentuale degli eletti negli organismi dirigenti potrebbe provenire dal sorteggio tra tutti gli iscritti disponibili. Tutti noi attivi nei partiti siamo accomunati dalla stessa passione, da un’intelligenza più o meno equivalente. Perché non osare questo nuovo metodo? Forse è l’unico possibile per evitare che i ruoli di decisione e responsabilità vengano affidati sempre ai soliti 20! Sorteggio: non è una pazzia. Lo stanno sperimentando anche in altri organismi collegiali come i CDA delle Università. E’ un metodo privo di rischi: pensate ai vostri circoli e poi immaginate che venga adottato il sorteggio. Siete sicuri che possa andare peggio di come sia andata con le “elezioni” dei rappresentanti nei nostri vari organismi? Continue reading Due proposte per SEL… per non affogare
Arriva l’autunno discografico, che per le anteprime che mi è capitato di ascoltare equivale a una primavera. Adesso tocca alle radio: accantonate, per cortesia, gli orribili “successi” che avete contribuito a creare (il “saliscendi” di Giorgia, il “saluto” sguaiato di Tiziano Ferro, il sentimento neolatino di Biagio Antonacci) e restituite alle nostre orecchie un po’ di musica buona, pescata anche nella produzione km zero. Fateci sperimentare per una volta la bellezza dell’ascolto. E se per motivi finanziari credete di non riuscire a sostenerla, provate a farcela entrare come una svista, come un’anomalia, come una distrazione, come un dovere.
Fino a pochi giorni fa era “Ricordi Media Store: vi si compravano dischi, spartiti e strumenti musicali. Oggi è “Nespresso”, un negozio Nestlè che ha creato un business incredibile vendendo caffè in capsule, aromatizzato alla vaniglia o alla nocciola. Un caffè, una capsula di plastica alluminizzata, da disperdere nell’ambiente a piacere. Di fronte c’è l’Hard Rock Cafè, (fino all’anno scorso sede dello storico “Cinema Gambrinus”) che è riuscito a rendere volgare un locale liberty ricco di fascino. E adesso, con il placet di Palazzo Vecchio, proprio lì accanto, sorgerà un negozio della Apple di 1000 mq: sostiuirà la Libreria Edison, punto di riferimento per i dibattiti, le presentazioni di libri, e luogo di incontro che restava aperto fino a mezzanotte. L’edificio che ospitava la Edison era sottoposto a un vincolo nell’utilizzo dello spazio, istituito proprio per non spogliare il centro di Firenze di librerie e luoghi culturali (la Edison lo rispettava dedicando il 70% della superficie a libreria e il 30% al bar). Adesso, invece, per la Apple il Comune potrebbe chiudere un occhio. Questo è il concetto di cultura di Matteo Renzi, che ha trasformato una piazza centrale e prestigiosa – Piazza della Repubblica – in un centro di “store” americani, mentre nelle viuzze laterali si moltiplicano i “minimarket” asiatici, privi di prodotti e di clienti. Tutto questo, si sappia, avviene a Firenze ADESSO, mentre Matteo toscaneggia a Porta a porta.
C’è un equivoco che dovrebbe essere chiarito: dicono che Monti sia liberista. Per essere liberista Monti dovrebbe mettere in agenda la tutela della concorrenza che è totalmente assente nei nostri mercati: barriere all’ingresso altissime per cominciare un’attività economica, mercato del lavoro in mano ai datori di lavoro (altro che incontro tra domanda e offerta! Perché, ad esempio, negli annunci di lavoro in Italia non si inserisce l’obbligo di specificare il tipo di contratto e lo stipendio, come avviene in UE e in UK?), offerte di mercato nebulose per confondere i consumatori, trust evidentissimi (compagnie petrolifere, banche, assicurazioni, operatori telefonici,…), aiuti di stato alle imprese che continuano a togliere soldi ai cittadini due volte, sia in fase di sussidio che in fase sanzionatoria: abbiamo centinaia di procedure di infrazione aperte davanti alla UE, perché ovviamente gli aiuti di Stato sono vietati (tra questi ricordo che l’esonero dell’ICI-IMU alle attività economiche della Chiesa ci costerà oltre al danno, anche la beffa di una sanzione dalla UE, così come gli aiuti dati alle imprese che gravitano intorno al cavaliere). Dovrebbe liberalizzare le professioni (notai, farmacisti, avvocati, …). Insomma le “lenzuolate” di Bersani nel governo Prodi erano molto poco “comuniste” e molto più liberiste dei provvedimenti di Monti. E ne avremmo quasi nostalgia. Dunque finiamola col dire che Monti è liberista. Monti è esponente di una destra lobbista. Non prendiamocela col liberismo, chè quello vero non lo abbiamo mai visto nè sentito, prendiamocela col lobbismo, col corporativismo. E auguriamoci che viri verso un liberismo vero. Se proprio quello deve essere.
Ho conosciuto il Cardinal Martini nel 1997, nel giorno del mio compleanno. Mi trovavo in Bosnia con un gruppo di volontari, impegnato in operazioni di ricostruzione post bellica. Lui venne lì per pochi giorni e, quando seppe che c’era un gruppo di volontari della Toscana, volle fermarsi con noi per celebrare messa. C’era una chitarra, e pare che l’unico che sapesse suonarla fossi io, così mi affidarono alcune melodie liturgiche che cercai di suonare durante la celebrazione religiosa. Il compito diventava via via più arduo, perché i riti della messa, le parole di Carlo Maria Martini, la partecipazione sentita di centinaia di persone che riempivano la chiesetta mi emozionavano profondamente e le lacrime che avevo negli occhi mi mostravano uno spartito impressionista, sul quale improvvisavo faticosamente degli accordi. Ricordo che con i miei compagni di avventura piangevamo e sorridevamo nello stesso tempo, commossi, ma anche divertiti per quello strano jazz che veniva fuori dalla mia chitarra.
Era il mio compleanno, dicevo. Fu il più bello della mia vita. Dopo la messa gli altri volontari organizzarono una festa a sorpresa nei locali attigui alla chiesetta. Un buffet povero, fatto di pane, peperoni bianchi, cetrioli e – per la prima volta dopo giorni e giorni di pane e peperone – cubetti di mortadella! Ricevetti anche un regalo: 3 ovetti kinder. Il cardinale Martini era un uomo immenso in tutti i sensi. Nell’eleganza del suo talare si avvicinò per farmi gli auguri di buon compleanno e per ringraziarmi per aver accompagnato la celebrazione eucaristica con della musica. Mi disse: “molto bello il brano fatto durante l’offertorio, non lo avevo mai sentito”. Mi vergognai un po’ perché sapevo che in realtà ero stato un disastro, ma rimasi in silenzio, impietrito dalla sua grandezza e dalla sua semplicità. Restò in piedi di fronte a me, mentre continuava a stringermi la mano nelle sue, mi fissò negli occhi per degli istanti che mi sembrarono eterni, tanto che interruppi quella conversazione muta con delle parole: “Sua Eminenza, mi sono commosso a messa e non vedevo bene lo spartito. Non so perché ero così scosso. Sarà che queste persone non parlano l’italiano eppure sono state tutte in silenzio ad ascoltarla. Guardavo i loro volti che pregavano. Siamo qui da giorni e l’unica difficoltà vera che abbiamo è la comunicazione: pochissimi conoscono l’inglese e una sola ragazza l’italiano. Invece oggi eravamo tutti insieme e mi è sembrato che parlassimo tutti la stessa lingua. Mi è sembrato di comprendere ogni gesto rituale e ogni sua parola mi è sembrata convincente per tutti, carica di significato. Mi ha dato tanti elementi su cui riflettere”. Lui restò in silenzio a fissare il mio sguardo, mentre io mi chiedevo dove avessi sbagliato, se “Sua Eminenza” fosse il titolo appropriato per rivolgermi a lui (ne avevamo discusso il giorno prima con gli altri e aveva vinto questa formula) o se avessi un po’ esagerato nella confidenza. “Sono sicuro che i suoi occhi – mi disse, congedandosi - continueranno a vedere cose così belle per sempre”. Avevo appena compiuto 25 anni e quella notte, ovviamente, al campo non chiusi occhio.
Nella Rete si discute di più e meglio che nei luoghi deputati dei partiti (assemblee di circolo, provinciali, regionali, nazionali, coordinamenti, etc). Questo vuol dire solo una cosa: che i cosiddetti luoghi deputati non sono sufficienti a stimolare e gestire un dibattito politico serio. Anzi, la mia esperienza mi porta a dire che molte volte sono solo lo strumento democratico utilizzato per prendersi gioco del confronto dialettico, finzioni necessarie in cui spesso prevalgono maggioranze precostituite in maniera tutt’altro che democratica, passaggi obbligati (da uno statuto) che servono solo per convalidare decisioni prese altrove. Ha ragione Civati, quando ricorda a Bersani che “la rete non è un luogo ‘altro’ rispetto alla realtà”, e che anzi è un’occasione di confronto da non perdere.
Sulla Rete da giorni, migliaia di iscritti e simpatizzanti di SEL producono documenti, lettere aperte, testi di mozioni da presentare all’assemblea nazionale (altro luogo deputato dove spesso, incredibilmente, viene portata e disinnescata ogni critica): sono contributi alla discussione, carichi di passione e capacità di analisi.
Da circa un mese alcuni iscritti romani hanno pubblicato un appello molto bello dal titolo significativo: Non affoghiamo nella vecchia politica la speranza rappresentata da SEL e si sono autoconvocati a Roma il 30 settembre per una riunione che, evidentemente, avviene fuori dal luogo deputato. Personaggi noti al mondo della rete, tra cui Giulio Cavalli, Alessandro Gilioli,Matteo Pucciarelli e Francesca Fornario propongono a SEL, ma anche agli altri partiti di sinistra, di attivarsi per una Cosa Seria. Nuova Onda è una comunità di Facebook che raggruppa gli iscritti a SEL che pretendono una maggiore democrazia interna al partito, funzionale alla costruzione di un’alternativa vera di governo. Da Ancona chiedono la convocazione di un’Assemblea Generale degli iscritti e sono decine le lettere di semplici iscritti o di gruppi regionali (come le Marche,) o provinciali (come La Spezia o Mantova) che chiedono a Nichi Vendola (ovvero al partito) maggiore trasparenza e condivisone.
E’ necessario cominciare proprio da qui, dai metodi: è necessario dotarsi di una democrazia effettiva, che sappia sfruttare il web. E’ necessario snellire la struttura dei partiti, eliminando tanti passaggi intermedi che servono solo a filtrare, fino ad occultare, il pensiero critico. Un mantra che ho sentito ripetere in tutti i consessi, fino allo svilimento, è stato “apertura ai movimenti”, “dialogo con le associazioni”. Eppure il sospetto è chi pronuncia queste parole non sa neppure di cosa si parla. Se vogliono davvero dialogare con associazioni e movimenti, almeno comincino a impararne il linguaggio, che è quello di una struttura organizzativa snella, con responsabilità periferizzate, e fortemente connessa alla realtà… attraverso Internet.
Ieri sono tornato a casa a piedi, lentamente, cercando di digerire una brutta notizia: la morte di una cara collega di mia madre. Ma al dolore si aggiunge la rabbia e un sospetto: è la quarta persona amica che scompare per tumore nel giro di due mesi. Vivevano tutte nel mio piccolo paese, dove a decine si stanno ammalando. Non è un caso, ne sono sicuro. Deve esserci qualche segreto terribile che è stato nascosto nel sottosuolo da quelle parti, oppure è l’effetto del ripetitore dell’operatore telefonico installato una quindicina d’anni fa sul campanile, o chissà che. Come si fa a scoprirlo?
E camminando per le strade di Firenze sono stato circondato da varie forme di solitudine: ho visto sotto l’albero del viale un vecchietto solo che cuoceva una salsiccia su un fornellino da campeggio, dando le spalle alla strada. E poi una ragazza, la stessa che è stata sorpresa a bucarsi in pieno centro dalle telecamere del corriere, mi ha fermato per sorridermi con dolcezza e chiedermi 50 centesimi.
Esiste una sofferenza causata dall’uomo, è evidente. Tutto ciò che possiamo fare è vivere tentando di rimediare un po’, o almeno facendo attenzione a non cagionare ulteriori danni. E pregare – in qualunque modo riusciamo a farlo – perché pregando entriamo in relazione con la nostra essenza più pura, fortifichiamo lo spirito. Eppure da ieri tra me e me ripeto solo una maledizione: “Signore, non perdonare mai quelli che sanno il male che fanno”.
Spesso il male minore ho incontrato: era il politico strozzato che bisbiglia, era il raggiungimento della soglia parlamentare, era il democristiano stramazzato.
Bene non seppi, fuori del prodigio che schiude la divina Indifferenza: era l’astenuto nella sonnolenza del sabato, e il deluso, e il grillino alto levato.
In questi giorni caldissimi pure mi prende qualche brivido di freddo. Accade quando penso che alle prossime elezioni saremo chiamati ancora una volta a votare per il male minore. I giochi che sono in corso tra le forze del centrosinistra non lasciano molte speranze. Il male minore è una di quelle espressioni apparentemente innocue con cui è stato quasi del tutto disinnescato il nostro spirito critico verso la cattiva politica.
Il male minore. In genere si accompagna a un’altra espressione, anime belle, riferita a chi, sempre in politica, sente di dover procedere verso un ideale puro, non compromesso. Così come è stata rubricata in antipolitica l’aspirazione all’agire politico onesto, a partiti effettivamente democratici e trasparenti.
Ecco, forse dovremmo cominciare a ricordare il senso vero di queste parole: dovremmo ricordare che il male minore è pur sempre male, e non va mai assecondato (nè votato) e che le anime belle non sono esseri spirituali evanescenti, ma sono cervelli pensanti e cuori palpitanti, i soli che possono cambiare davvero il corso della società.
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