Non è il sesso, non è l’arte, non è l’impresa epica, ma solo l’amore per se stessi e per gli altri. Bell’articolo del The guardian, qui tradotto da Michela Murgia, con un commento di Lidia Capparucci
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Non è il sesso, non è l’arte, non è l’impresa epica, ma solo l’amore per se stessi e per gli altri. Bell’articolo del The guardian, qui tradotto da Michela Murgia, con un commento di Lidia Capparucci Non sempre un’orchestra, per quanto buona, per quanto ben diretta, è sufficiente per un buon lavoro. Sogno N° 1, CD dedicato a Fabrizio De André, ad esempio, non mi convince per niente. La maggior parte dei precari sono persone meritevoli, che hanno studiato, fatto la gavetta e che continuano a lavorare sottopagati e senza garanzie. Molti hanno accettato condizioni di lavoro inique, o lavori che non avrebbero mai sognato di fare, pur di acquisire – non dico l’indipendenza economica, ché quella oramai è una chimera – ma almeno un livello di realizzazione, di maggiore dignità sociale. Questi sono quelli che chiamo precari e per cui nutro grande ammirazione e rispetto. Lo sono stato anche io per qualche anno, ma in una fase della storia diversa (la fine degli anni ’90), quando a fronte di un po’ di sacrifici avevi almeno la speranza che un giorno ne avresti fatti un po’ meno. Così è stato per me: sono stato fortunato. Ma c’è un’altra categoria di persone che ama fregiarsi del “titolo” di precario: sono ragazzi che non sono affatto vittime del sistema sociale e lavorativo iniquo, ma vittime di se stessi, della loro rigidità, della loro ambizione. Queste persone non hanno mai fatto nulla per sviluppare delle competenze e oggi usurpano il termine, ne acquisiscono il titolo per il solo fatto di non avere un lavoro stabile. Ma nella maggior parte dei casi neanche lo cercano, perché non ne esiste uno disponibile che corrisponda alle loro aspettative. Tra questi ho conosciuto alcuni “politici”, anche giovani, anche di sinistra, che spendono le loro giornate su Facebook per la difesa dei diritti dei lavoratori, degli operai, degli studenti, delle maestranze e dei precari, appunto. Anni buttati in campagne politiche, senza sapere neanche cosa voglia dire avere una sveglia che suona ogni mattina alle 6:30, giorno dopo giorno, anno dopo anno, e avere una vita che passa quasi senza accorgersene. L’aspirazione di questi non lavoratori è rappresentare i lavoratori nelle sedi istituzionali, negli enti locali, nel Parlamento. Li vedi sfrecciare sulle bacheche di Facebook in cerca di visibilità e consenso, sempre pronti a cavalcare l’ultima protesta, fosse anche creata ad hoc sulla base di qualche malevolo equivoco (come l’infelice battuta di Monti sul posto fisso, ad esempio, che in realtà ha un contenuto del tutto opposto a quello che si vuol far passare). Questi non sono precari, sono stabili inquinatori di pensiero, che aspirano a diventare classe dirigente. E hanno ambizione, tempo e – evidentemente – risorse sufficienti per riuscirci. Io li vedo come un grosso pericolo.
Il Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione dell’Università di Siena cerca un collaboratore per la realizzazione di un “progetto di sviluppo di strumenti di simulazione e virtualizzazione per lo svolgimento di esperimenti nell’ambito dei progetti di ricerca su sistemi multicore e riconfigurabili“. E’ un incarico breve (12 mesi), per un compenso lordo di 1000 euro mensili, per un impegno di circa 10 giorni al mese. Non male. Eppure a fronte della complessità (come si evince dalla scheda del progetto), l’Università non richiede un titolo di studio, ma solo “comprovata esperienza”. Dunque i titoli che la stessa Università produce non attestano niente?
Il deputato della Lega Nord Giovanni Fava ha fatto approvare un emendamento alla Legge comunitaria che prevede che “qualunque soggetto interessato” (e non più quindi solo l’autorità giudiziaria o amministrativa) possa chiedere a un fornitore di servizi Internet di rimuovere contenuti pubblicati online e ritenuti illeciti dal soggetto richiedente. Una sorta di SOPA all’italiana. Lo scopo dichiarato è quello di contrastare la pirateria ma di fatto, l’effetto è la censura. Nel caso della SOPA, però, il Congresso americano, sotto la pressione dello “sciopero della rete” di mercoledì scorso, è stato costretto a rinviare la discussione del progetto di legge. Dovremo essere altrettanto bravi a opporci al disegno di “imbavagliamento” della rete, anche qui in Italia. Prepariamoci. Con Move On Italia stiamo lavorando per provare a restituire la RAI ai cittadini. Tra le varie iniziative, oltre ad aver promosso una proposta parlamentare di riforma della RAI, stiamo supportando l’auto-candidatura di Wolfgang Achtner a direttore del TG1. Più che appoggiare la singola persona (che ha un rispettabilissimo curriculum ed è davvero indipendente dai partiti), ci interessa sponsorizzare il metodo di selezione e riportare competenza e indipendenza nei ruoli chiave del Servizio pubblico. Così abbiamo scritto anche al presidente Monti. Questa è la nostra lettera. Mi sono fatto prendere per mano da Susanna Parigi. Mi ha fatto attraversare tutti i luoghi fisici e metafisici del cosmo e mi ha fatto vivere nel sogno etereo, impalpabile della sua voce. Ineffabile. Già lo sapevano. Lo sapevano molti di quelli che hanno appoggiato la campagna per la raccolta firme di questo referendum, lo sapeva anche Di Pietro, che ora blatera. Lo sapeva anche SEL, che non ha voluto sentire i suoi iscritti, lo sapeva anche il gruppo di Facebook che si richiama alla “dignità dei giornalisti” e alla verità dell’informazione (e pure lo ha proposto come “anti porcellum”). Lo sapevano Veltroni, Parisi, Morrone. Lo sapeva Vendola e lo sapeva Civati. Lo sapevano anche la Repubblica e il Corriere, che si sono dimenticati di segnalare l’altra campagna di raccolta firme, quella per il referendum Passigli. Lo sapevano perché lo sapevano, o perché noi glielo avevamo detto. Mentre c’è chi propone una soluzione. Potrebbe essere il protagonista di una nuova striscia di fumetti, oppure solo il personaggio di una rubrica vignettistica, un po’ come “Il tenero Giacomo” della settimana enigmistica. Potrebbe intitolarsi, ad esempio, “Il demagogigo Tonino”. Sono infastidito dagli interventi di alcuni politici su Facebook. Capita anche a voi? Molti hanno imparato a esprimere opinioni su tutto e più volte durante il giorno in un “messaggio di stato” rilasciano la loro verità sulla patrimoniale, sugli F35, sulla manovra finanziaria, sui costi della politica, secondo la moda del momento. Va bene comunicare, ma a volte “comunicare fa male“, come dice Lindo Ferretti. Soprattutto quando sono solo chiacchiere. Ad esempio – ma è solo un esempio – tutta la schiera di parlamentari che auspica la riduzione delle proprie indennità (e non ci risparmia di ricordarcelo ogni due ore su Facebook e Twitter), prima di ottenere la riforma – che va concordata, scritta, approvata e pubblicata - può fare personalmente un bell’atto di rinuncia, devolvere la parte dello stipendio che considera eccedente a una Fondazione (magari non presieduta da moglie, amante, figlio, cognato, …) e chiuderla lì (o continuare la battaglia in Parlamento, che mi sembra anche più giusto). Domani, ad esempio, mi piacerebbe leggere sulla bacheca di Antonio Di Pietro: “E’ ora di farla finita coi privilegi. I deputati e senatori dell’IDV – in attesa che venga approvata una riforma che vada nella stessa direzione – hanno deciso di decurtarsi l’indennità e donare 3.000 euro al mese ciascuno a un Ente o Associazione. Io in particolare devolverò la somma a Slow Music“. Perché nessuno ci pensa? E’ così semplice! Segnalo un articolo interessante a firma di Michele Ainis, che propone una riforma del Senato che possa diventare una sede di rappresentanza degli “esclusi dal voto”: una “Camera dei cittadini” formata per sorteggio, in modo da riflettere il profilo socio-demografico del Paese. L’idea mi piace molto. Il problema è che a decidere le riforme – a meno di una rivoluzione – sarà sempre la solita élite. In sede di modifica dello Statuto di SEL, ad esempio, abbiamo provato a inserire il sorteggio come modalità di elezione di una piccola parte dei membri degli organi del partito. Ma l’idea non è piaciuta. Chissà perché.
Mi auguro che il giornale Liberazione non cessi di esistere: il pluralismo dell’informazione è una condizione imprescindibile per la democrazia. In queste ore si decide il suo futuro. Ci stiamo scervellando un po’ tutti per trovare una soluzione alternativa che compensi il taglio dei finanziamenti statali. Se avete qualche idea utile allo scopo, vi prego di indicarla anche tra i commenti di questo post. Nel frattempo i lavoratori hanno deciso di occupare il giornale. Carlo Gubitosa sintetizza perfettamente il cuore del problema. |
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