Sono appena rientrato dal Festival di Internazionale, dove ovviamente si è parlato molto della “primavera” araba e della varie forme di protesta civile che tentano di far pressione sui governi. Il ruolo dei social network nell’organizzazione delle rivolte, in particolare, non è messo in discussione da nessuno se non da coloro che li temono (interessante, ad esempio, il documentario Tahrir, del bravissimo Stefano Savona, ma anche l’intervento del blogger cinese Michael Anti). Eppure oggi, grazie a dei blogger stranieri, scopro che Twitter, in cui JP Morgan ha appena investito 400 milioni di dollari, sta operando una sorta di censura nei confronti dell’occupazione di Wall Street. Se attraverso il sito “Trendmaps” si fa una ricerca della frequenza dell’hashtag #OccupyWallStreet, si vede che l’argomento su Twitter prevale in tutto il mondo tranne che nelle Americhe. Come è possibile? L’unica spiegazione è che Twitter evita di fa comparire l’hashtag in questione nella classifica dei più utilizzati negli USA.
Anche attraverso Google Trends, come evidenziato da Alexander Higgins, emerge un disinteresse assoluto della notizia da parte dei media più importanti, nonostante la richiesta di notizie sia elevatissima, come dimostra il grafico aggiornato a oggi (a destra).
Quando i media sono concentrati nelle mani di pochi, siano essi tradizionali o innovativi, il rischio della censura è sempre in agguato. L’unico antidoto sembra essere la più ampia diffusione della “proprietà” dei media. Il modello che ispira DIASPORA, allora, sembra sempre più interessante.
Nel frattempo qualche notizia si può trovare (non senza difficoltà) anche nei nostri giornali.
Aggiornamento delle 18:45. Un lettore mi segnala che la mancata visualizzazione dell’hastag su trendmaps può essere dovuta a uno zoom limitato, aumentando il quale l’hashtag compare. Non è molto chiaro anche perché l’hashtag non compare mai, comunque, tra i trending topics di twitter.



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