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Il Couchsurfing che mi ha riempito la vita

È da 4 anni che vado in giro per il mondo senza spendere un euro. Volete sapere come faccio? Utilizzo il couchsurfing (letteralmente “navigazione tra divani”): un sistema di ospitalità gratuita che attraverso il web mette in contatto persone di tutto il mondo. Persone disposte a ospitare sconosciuti nella propria casa, o a essere ospitati. Vi racconto com’è nato e come funziona questo sistema.
Un ragazzo americano, Casey Fenton, durante i suoi numerosi viaggi ha scoperto che esiste una grande disponibilità a ospitare gratuitamente gli stranieri. La leggenda narra che dovendo trascorrere qualche giorno in Islanda, si introdusse “furtivamente” nella directory dell’università di Reykjavik ottenendo 1500 indirizzi email di studenti, a cui scrisse: “Arrivo venerdì, vorrei vedere la vera Islanda. Mi aiuti?”. Risposero in 50. Da lì l’idea di creare un “social network” per consentire l’incontro tra le persone disposte a fornire ospitalità e le persone che ne hanno bisogno. Col tempo la comunità virtuale è cresciuta e oggi i membri iscritti al sito www.couchsurfing.com sono più di 2 milioni. Ciascuno dei membri (l’iscrizione è gratuita) ha una pagina col proprio profilo, in cui è possibile inserire le proprie foto, i propri interessi, le regole con le quali è disposto a ospitare, il tipo di sistemazione che può offrire e un elenco di “referenze” che si arricchisce a ogni viaggio, a ogni incontro. Sia che tu ospiti, sia che tu venga ospitato, infatti, sei soggetto a un “feedback” da parte del tuo ospite, che potrà essere più o meno positivo. Attualmente le esperienze sono positive nel 99,74% dei casi.
Se devi visitare una città, in Italia o all’Estero, dunque, vai sul sito e fai una ricerca di divani (o “couch”) disponibili in quella città, utilizzando parametri “qualitativi” per individuare il tuo ospite. Generalmente io cerco sempre ospiti che mi siano più o meno coetanei e che condividano alcuni interessi (ad esempio, essendo vegetariano, mi fa piacere entrare in una casa di vegetariani), oppure che possano essere interessati a condividere una particolare esperienza. Tempo fa dovevo a sentire un concerto a Parigi e limitai la ricerca solo a persone individuabili come “amanti della musica”. Vi trovai Olivier e Eloide e trascorsi con loro 2 piacevoli giornate parigine.
Vivendo a Firenze, che è una città molto turistica, anche io ricevo richieste di ospitalità tutti i giorni. Non posso ospitare sempre e non sono obbligato a farlo. Prima di accettare una richiesta valuto con attenzione come può incastrarsi con le mie giornate lavorative. Guardo la provenienza e il profilo del richiedente, perché – è inutile nasconderlo – la curiosità e la simpatia giocano un certo ruolo. Un buon profilo è come un buon biglietto da visita, ma col tempo ho scoperto che esiste un elemento “sorpresa” da non sottovalutare: quando ho ospitato Mathieu (che era davvero disperato perché era già a Firenze, ma aveva perso valigia e soldi), aveva un profilo molto scarno, senza alcuna referenza e con una foto “allucinata”. Adesso ci sentiamo frequentemente, abbiamo fatto una vacanza insieme nella sua casa in Corsica e ci siamo ospitati reciprocamente più volte.
Anche Bamshad e Somaye, una giovane coppia di sposi iraniani, mi avevano chiesto ospitalità contravvenendo a una delle regole che avevo posto nel mio profilo (“posso ospitare una sola persona per volta”); ma poi i sorrisi delle loro foto mi avevano stregato. Quando sono ripartiti sono stato malissimo: avrei voluto passare con loro ancora un po’ di tempo. Per fortuna che skype, facebook e Ryanair ci tengono sempre un po’ vicini.
Il couchsurfing si può utilizzare anche solo per conoscere persone nei luoghi in cui devi recarti per lavoro o per vacanza, e magari cercare una compagnia che ti aiuti a scoprire la città, le sue architetture, la sua cultura, i locali migliori, fuori dal circuito turistico tradizionale.
E’ un’idea semplice, eppure rivoluzionaria. L’ospitalità ci costringe a dare il meglio di noi stessi: buona educazione e rispetto precedono la curiosità, la condivisione, la generosità. L’ospitalità può essere il modello sociale su cui instaurare delle relazioni. Se n’è accorto anche Franco Battiato, che in una canzone recente scrive: “bisogna muoversi come ospiti pieni di premure, con delicata attenzione per non disturbare..Ed è in certi sguardi che si vede l’infinito” (“Tutto l’universo obbedisce all’amore”, 2009). Ed è proprio quello che avviene quando si ospita o si è ospitati.
Casey Fenton aveva 23 anni quando ha deciso di investire sulla fiducia tra gli esseri umani e oggi gestisce il coordinamento del couchsurfing che dà lavoro a tanti ragazzi (essenzialmente impiegati nella gestione del sito) e muove anche un certo business. Occorre ribadire che il progetto funziona solo grazie al contributi volontari. Non si paga l’iscrizione, né alcuna “agenzia”. A titolo volontario ho dato un’offerta…forse di 20 euro, quattro anni fa. E nient’altro. In compenso ho conosciuto centinaia di persone in tutto il mondo, dormendo nelle loro case o ospitandole a casa mia.
Probabilmente vi state chiedendo perché mai sia venuto raccontarvi del couchsurfing qui agli stati generali delle Fabbriche! Be’, ci sono più risposte: innanzitutto perché così la prossima volta che vengo in Puglia posso contare su un numero maggiore di couch tra cui scegliere, ma anche perché il barcamp prevedeva espressamente che raccontassimo “esperienze di buona politica compresse nelle pieghe della società”, e mi sembra che il couchsurfing sia un esempio adeguato. Ma volevo raccontarvi del couchsurfing soprattutto perché è un esempio di “bene comune”, proprio come l’acqua, il seme, l’aria, la conoscenza. E questo ha una rilevanza economica e politica.
Proprio con riferimento a quest’ultimo punto voglio raccontarvi un’altra storia, che tira in ballo la Storia con la S maiuscola. In realtà l’americano Casey Fenton ha soltanto “innovato” un concetto, integrandolo con il web 2.0, perché il diritto/dovere di ospitalità è nato proprio in questa vecchia Europa ed era diffuso anche in civiltà del vicino oriente. La Grecia aveva sviluppato forme di convivenza molto progredite già nell’antichità. Proprio nel Paese in cui è nata la democrazia (e che paradossalmente oggi ci annuncia la fine di un sistema capitalistico incontrollato) vigeva la cosiddetta Xenia, un sistema di regole dell’ospitalità, considerata un diritto dello straniero (e un dovere “sacro” dell’ospitante). La Xenia regolava i rapporti tra padrone di casa e ospite, che dovevano fondarsi sul reciproco rispetto. In particolare era obbligo del padrone di casa dare da mangiare e da bere allo straniero e introdurlo nella comunità. Non avrebbe dovuto fare domande sull’origine del suo viaggio (fino a quando l’ospite non lo dichiarasse sua sponte) e alla fine della permanenza avrebbe dovuto consegnargli un dono. D’altra parte lo straniero avrebbe mantenuto riserbo e avrebbe limitato la sua permanenza allo stretto necessario.
La Xenia aveva un fondamento religioso (si riteneva che in ogni straniero potesse celarsi un dio) ed era così diffusa e affermata nella società greca che persino Zeus tra i suoi appellativi aveva anche “Xenios” (protettore della Xenia). Il mancato rispetto di una delle regole violava la sacralità della Xenia e si riteneva causa di eventi catastrofici (l’origine della guerra di Troia, ad esempio, fu letta anche come effetto della seduzione di Paride verso Elena, compagna del suo ospite).
I casi letterari che raccontano quanto fosse diffusa la Xenia sono molteplici: forse il più noto è il caso del ritorno di Ulisse a Itaca. Penelope lo ospita come farebbe con ogni altro straniero; non lo riconosce, ma non gli chiede nulla della sua identità.
Anche in altre antiche civiltà vigeva un sistema analogo alla Xenia: il vecchio testamento narra che Dio avrebbe risparmiato Sodoma se vi avesse trovato 10 cittadini onesti, ma quando mandò due angeli, celati nelle sembianze di umani, Lot – straniero a Sodoma – fu l’unico disposto a offrire loro ospitalità. Non solo! Quando gli abitanti di Sodoma cercarono di abusare dei due stranieri Lot offrì le figlie pur di non sacrificare un onore ancora più importante: quello che gli derivava dal rispetto dell’obbligo di ospitalità. Il “vero” peccato di Sodoma, non fu quella che oggi chiamiamo “sodomia”, ma appunto l’inospitalità: “Ecco, questa fu l’iniquità di tua sorella Sodoma: lei e le sue figlie vivevano nell’orgoglio, nell’abbondanza del pane e in una grande indolenza, ma non sostenevano la mano dell’afflitto e del povero” (Ezechiele, 16, 49)
Anche nel Vangelo la Xenia ha un ruolo centrale: quando Maria e Giuseppe si recano a Betlemme per il censimento sanno di poter contare su un diritto di ospitalità e, come Casey Fenton, bussano in tutte le case alla ricerca di un “divano”, ma senza trovarlo. L’avventura di Gesù nel mondo, così, comincia con un diritto negato.
La solidarietà verso lo straniero, dunque, è stata sempre un “bene comune”, poi, come altri beni materiali, dalla terra al capitale, è stata privatizzata per farne profitto. L’ospitalità è diventata un bene da frazionare, arredare, e offrire dietro pagamento. Il nostro progresso si è accompagnato a forme di isolamento sociale sempre più estremo, se è vero, come si legge in questi giorni, che uno dei siti web che sta riscuotendo più successo negli ultimi tempi è “rentforfriend” (un sistema che ti consente di “affittare” un amico per andare al cinema o a mangiare una pizza, per 10 dollari all’ora. Un affare!).
L’ospitalità è un ottimo modello per ricostruire relazioni sociali efficaci, basate sul rispetto, sull’amicizia e sul reciproco arricchimento culturale: nell’ospitalità ciascuno dà il meglio di sé, fornendo – nello stesso tempo – un servizio economico (o godendone).
Dovremmo imparare a contrapporre una nuova Xenia alla crescente Xenofobia. Sono due parole che hanno una radice comune (proprio come “solidarietà” e “solitudine”), ma che corrispondono a modelli sociali opposti: il primo basato sulla fiducia dell’altro, il secondo sulla diffidenza dell’altro. Nel primo – per non essere invadenti – non si chiede all’ospite chi sia e perché sia venuto da noi, nel secondo non glielo si chiede per paura che la sua risposta possa costringerci a riflettere su quello che siamo diventati: persone senza cuore che respingono nel mare rifugiati, profughi e richiedenti asilo.
La Xenia è uno spirito che può vivere ancora nella nostra società, come dimostra il couchsurfing, che in questi anni non solo mi ha fatto soggiornare gratis in tutt’Europa, ma mi ha regalato l’emozione di incontri sempre nuovi, la ricchezza di mondi che non conoscevo, mi ha aiutato a migliorare l’inglese e lo spagnolo (lingue che avrei dimenticato senza la necessaria pratica), mi ha portato per mano nei vicoli più belli di Amburgo e nelle case calde e familiari dei miei ospiti. Mi ha fatto gustare i migliori churros nei bar di Madrid e i piatti etnici più curiosi che gli ospiti mi hanno preparato in casa.
Vi invito a iscrivervi al couchsurfing. Quando lo avrete fatto contattatemi, così che possa aiutarvi a completare il profilo nel modo migliore e possa lasciarvi una referenza, la prima referenza che avrete nel vostro profilo! Scriverò che siete educati, gentili e soprattutto pazienti. Diciamo che è il mio grazie per l’attenzione che avete dimostrato. Grazie davvero. E buon viaggio!
(è il testo di “L’amicizia e la solidarietà sono beni comuni. L’antico dovere di ospitalità rivive (sotto nuove forme) grazie al web: il couchsurfing come modello di relazioni umane”, intervento al “Fabbricamp” – Bari il 18 luglio 2010, stati generali delle “Fabbriche di Nichi”, di Nicola Cirillo)

Oggi, dopo l’annuncio che Couchsurfing diventa una Corporation, consiglio a tutti un sito che invece mantiene inalterati i principi del Couchsurfing: BeWelcome

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