Resto sempre senza parole di fronte alla tragedia. Non perché mi trovi indifferente, anzi, al contrario, perché mi sconvolge emotivamente: si accavallano sentimenti di pietà, di angoscia, di paura, di solidarietà. La tragedia riguarda tutti perché ha una dimensione umana, quindi tutti in qualche modo prima o poi potremmo esserne protagonisti.
La domanda sulla tragedia non ha mai una sola risposta, ce lo insegnano i drammaturghi antichi e moderni, ma questo non deve esimerci dal lavoro interiore di ricerca della causa, per provare a impedire il suo ripetersi, o semplicemente per prepararci ad affrontarla, quando accadrà. Solo così si può giungere alla catarsi. E il silenzio è il presupposto di ogni lavoro spirituale.
Per questo preferirei non scrivere nulla in questi giorni così carichi di tragedia, e leggere solo le opinioni di qualche esperto, di qualche intellettuale. E invece da quando il narcisismo si è impadronito delle nostre vite e ci ha convinto che tutti indistintamente possiamo esprimere la nostra opinione su tutto – anche sulla tragedia – mi trovo sommerso dai pensieri altrui che riempiono i quotidiani, i social network, i blog e ogni altro strumento di comunicazione. I politici sono i più tempestivi (è davvero incredibile che abbiano una chiara opinione su tutto quello che accade, e mai nessun dubbio, mai nessuna incertezza, loro che per lavoro dovrebbero gestire la complessità), ma in genere, è una gara di velocità che non esclude nessuno. Affermazioni che suonano come sentenze inappellabili sulle vite degli altri, in genere neppure conosciuti. Così in questi giorni su Facebook è opinione piuttosto condivisa che “Amy Winehouse se l’è cercata” (peggio, un manifesto di Forza Nuova usa la cantante come testimonial per una campagna antidroga); sulla prima pagina del Corriere compare la notizia che Anders Behring Breivik (il ragazzo carnefice della strage a Oslo), “purtoppo potrà essere condannato a soli 21 anni di carcere”; si usano i morti in Afghanistan per il solito esercizio di retorica politica, mentre poi la realpolitik continua a non considerarli; si imbastiscono persino dubbie battute di spirito sulla tragedia (perché ci sentiamo anche tutti autori di satira).
Probabilmente gli psicologi ci direbbero che liquidare la tragedia con un’opinione superficiale ci serve per convincerci che la nostra educazione e i nostri valori ci mettono al riparo dal ripetersi di tali atrocità, oppure per rimuovere il pensiero che il nostro benessere si spiega con la disperazione di altri. Eppure a me sembra solo che questo chiacchierare su temi talmente complessi disegni l’immagine di una società che nel suo complesso è emotivamente ignorante, se non riesce neppure a cogliere l’ossimoro nell’affermazione che i fondamentalisti “andrebbero tutti condannati a morte”.
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