Domande imbarazzate
Natale. Come i dolcetti di castagna e i regali obbligatori, gli addobbi nelle strade e i concerti gospel, anche quest’anno è arrivata la tradizionale domanda paterna. La formulazione è stata un po’ più complessa del solito, ma lo scenario era lo stesso: io, mio padre e mia madre seduti in silenzio davanti al camino. Quando il clima si fa più confidenziale e non c’è un programma televisivo che li distolga è allora che comincio ad attendere che uno dei due trovi il coraggio di sfidarmi con la domanda preoccupata: ma tu quando ti sposi? E io, che col tempo sono diventato bravissimo a elaborare una serie di risposte plausibili, questa volta credo di essermi superato: gli ho enunciato una fantomatica teoria sul modello sociale della famiglia, sulla società che è cambiata, sui modelli alternativi, sul mutuo progresso che si ottiene nel confronto generazionale, sulla città e sul paese, sul precariato affettivo e sui rapporti d’amore Co.Co.Co.
Così il discorso si è spostato sulle mie difficoltà nel mondo del lavoro, sul mio stipendio e sulla mia carriera. "Pensavamo guadagnassi di più", hanno commentato, e per un momento mi è sembrato che forse l’alibi della povertà potesse arricchire il mio inventario di risposte alternative a quel "mai" che non vorrebbero mai sentire.
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