Ci ho pensato e ripensato. Ho sentito il parere e i consigli di due giornalisti che stimo (Silvana Mazzocchi e Pino Scaccia). Avevo paura che attraverso questa ‘intervista’ passasse una percezione della politica del tutto negativa e che il suo contenuto contribuisse a scalfire la già labile fiducia che abbiamo verso la classe politica. Ma poi alla fine ho deciso di postarla ugualmente, perché ci aiuta ad avere un’idea di quanto possano servire i soldi per vincere le elezioni.
L’intervista l’ho fatta qualche mese fa: avevo incontrato un vecchio conoscente dai tempi del Liceo, ora coordinatore provinciale di un partito politico italiano. Non volevo credere alle mie orecchie quando nell’ambito della discussione, del tutto occasionalmente, sono venuti fuori alcuni aspetti del suo lavoro non propriamente etici. Si parla di compravendita di voti, una prassi che credevo marginale e che invece sembra essere importantissima per l’affermazione elettorale. In grassetto le mie domande meravigliate.
Quindi alla fine sosterrete il candidato xxx?
Sì, anche se questo ci costerà molto a livello di operazioni sottobanco.
Operazioni sottobanco? Che vuoi dire?
Dai, avrai capito…
Scusami, ma non ho capito.
Che alla fine dovremo comprargli un po’ di voti perché venga eletto.
Comprare?
Sì, dai, non fare lo gnorri: lo sanno tutti. La politica è fatta anche di queste bassezze: siamo costretti.
Quindi voi comprate voti! E quanto costano, chi ve li vende?
Voi, voi! Sempre voi! Lo vuoi capire che tutti comprano voti? E ti dirò: se alcuni voti non li compri, se li compra il tuo avversario. Devi bruciarlo sul tempo. E poi dipende da quanto sei disposto a investire.
Stai scherzando? Che vuoi dire?
Che la somma che uno stanzia per la sua campagna elettorale deve poter prevedere oltre che alle spese per i manifesti, i viaggi, i contributi alle sezioni del partito, anche queste uscite non trasparenti. Anzi, ti dirò che per molti, le spese pubblicitarie sono solo una copertura necessaria: il grosso dell’investimento viene fatto cercando di comprare i voti.
Si possono vincere le elezioni senza aver comprato voti? Me lo devi dimostrare. Il fatto è che basta una manciata di voti per non essere eletto e nessuno corre questo rischio. Forse se ne esimono solo i grossi nomi che hanno un bacino elettorale potenziale talmente ampio da esser certi di surclassare gli avversari: metti un leader di partito o un ministro, oppure un personaggio amato dal popolo in maniera indiscussa, be’ loro investono in spese pubblicitarie, non certo comprando voti.
Quanto costa un voto?
E’ difficile dirlo: diciamo che nella nostra provincia in genere per avere 100 voti spendiamo 1000 euro.
Un voto solo 10 euro? Così poco? Continui a scherzare?
Prova a dirlo ai nostri candidati! Vuol dire che per avere 1000 voti devono stanziare 10.000 euro. E mille voti possono essere una garanzia per le comunali, non certo per le provinciali, ne’ tanto meno per le regionali, dove ce ne vorranno almeno 5000. Chi è disposto a investire 50.000 euro per 5000 voti? Per fortuna molti voti provengono da un altro tipo di attivismo politico, altrimenti potremo dire che all’elettorato passivo possono partecipare solo i ricchi. Una specie di aristocrazia, altro che democrazia.
E poi anche se al candidato un voto costa 10 euro, alla società costa molto, ma molto di più. Vedi, noi contattiamo una persona, anzi spesso è la persona che ci contatta e ci dice: “vi porto 100 voti per 1000 euro”. Questo vuol dire che la persona in questione esercita una capacità di influenza su cento persone, ma non sappiamo nulla delle relazioni economiche che sorgono tra il nostro interlocutore e le 100 persone che cedono il voto. Siamo solo certi che tutto questo ha risvolti economici e sociali non indifferenti. Oltre che morali, ovviamente.
Fammi capire perchè non costa solo 10 euro
Per il candidato il prezzo è quello: 10 euro. Ma chi lo cede, in realtà cede un “bene” molto più costoso. Industriali, impresari, caporali, professionisti: sono loro i nostri principali interlocutori. Queste persone hanno una forte influenza sui dipendenti e collaboratori, che si può sostanziare in un vero e proprio ricatto economico: il proprietario di un industria con i suoi dipendenti, un “caporale” con i ragazzi che prende a lavorare “a giornata”, il proprietario di uno studio professionale con i suoi collaboratori e clienti, etc… Ti faccio un esempio: un impresario edile può scegliere di prendere a lavorare un ragazzo per un certo numero di giornate e gli dice: se non voti Tizio ti lascio a casa per 4 giorni. A quel ragazzo quindi quel “mancato” voto può costare 40 euro al giorno per ogni giorno di “embargo” del datore di lavoro, ossia 160 euro.
Ancora nessuno ci ha mai detto cosa ne ha fatto Berlusconi dei 2,2 miliardi di euro ricavati dalla vendita del 16,7% di Mediaset. Pensi che gli faranno comodo anche per le elezioni?
Non li ha reinvestiti?
Che io sappia no. I mass media tacciono a riguardo.
Ma che ne so cosa ci fa. Berlusconi è potente. I voti si prendono grazie ai soldi e al potere.
E’ un circolo vizioso…
Certo. La persona che procura voti, avendo un’attività economica, o comunque gestendo delle risorse finanziarie esercita un’attività di influenza anche sul candidato, inevitabilmente. Procura un tot di numero di voti, ma si lega indissolubilmente col politico, che sarà sempre ben disposto nei suoi confronti. E’ Il classico “voto di scambio”
Quello che dici fa sembrare più elegante il “voto di scambio”, reato fuori moda.
Il mercato non risparmia niente, neanche il voto. Dal baratto siamo passati al danaro. Non c’è da meravigliarsi. Eppure ti dirò che il voto di scambio è molto meno integrabile in una tipologia di reato. Il “do ut des” è quasi imprescindibile dalla politica: in fondo è solo una declinazione di un istituto legale come il “mandato imperativo”.
Ma è sempre stato così o è una tendenza recente?
Esiste da sempre e non so dirti se in questi anni si è incrementata: non è tantissimo che faccio politica a questi livelli. Comunque in questa zona, forse, clintelismo e voto di scambio hanno una tradizione più lunga. Poi che dirti? Posso presumere che quanto più la gente è inconsapevole del valore del proprio voto, tanto più facile è mantenere in vita questo sistema. Nei periodi che seguono a una forte sfiducia a livello politico dovrebbe esserci una maggiore offerta di voti sul mercato. Così pure quando esiste una percezione più difficile di differenze degli schieramenti politici, o dei programmi dei candidati: uno pensa “tanto l’uno vale l’altro, per lo meno mi fidelizzo il capo, oppure guadagno qualcosa di più”.
Insomma, quando manca la coscienza politica.
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