L’estate fredda dei morti
Mi piace camminare nei cimiteri per le stradine piene di fiori, calpestare ghiande di cipressi, lasciarmi intiepidire dal sole nell’aria gemmea di novembre. Si passeggia in silenzio e quando si incrociano conoscenti si parla a bassa voce. Si ride a bassa voce, si cammina lentamente. Pare che un po’ di quiete, anche i vivi, non possano che trovarla qui.
Passeggiare per ricordare. Foto sbiadite, monumenti di marmo e bronzo, epitaffi aulici o di involontario umorismo:"In America sei andato, lavoro hai trovato e morto a noi sei tornato": in una rima tutto il dramma dell’emigrazione. Ma come si fa a non ridere? O di quelle foto di ragazzi giovani, che ti fermano, attirando la tua curiosità. Mentre tenti di ricostrire la loro breve avventura umana e li figuri quasi come James Dean o Che Guevara, a conti fatti scopri che sono morti a 84 anni e che la foto, probabimente l’unica che avevano, l’hanno fatta quando erano militari.
Ogni anno torno in paese, dove per l’occasione del due novembre il cimitero resta aperto fino a tarda notte. Tanto su ogni lapide ci sono delle lampadine: a forma di cuore, di croce, o file di piccole lampadine che formano le iniziali del defunto. Più si paga il custode, più lui riempie la tomba di luci. Il risultato generale è una specie di luminaria paesana. Sembra di trovarsi in un mercato sudamericano. Ed è un’occasione per andare a rivangare nella memoria: "Te lo ricordi zio Mimì? E’ sepolto poco più in là, andiamolo a trovare". Lo zio Mimì, che zio non mi è mai stato, sin da quando ero bambino tentava di inculcarmi l’ideale comunista, spiegandomi la fondamentale differenza col socialismo. Mi aveva anche insegnato "Bella ciao": "Mi seppellirai lassù in montagna sotto l’ombra di un bel fior". Se vedesse in che cornice hanno ridotto il suo bel volto e il portafiori pieno zeppo di garofani rossi io già me lo immagino: farebbe sciopero in paradiso.
(Cito "Novembre" di Giovanni Pascoli)
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